Quando a fine luglio un laconico comunicato stampa delle ministero delle infrastrutture e trasporti ha dato notizia della firma da parte del ministro Matteoli del attesissimo regolamento che con un ritardo di 3 anni avrebbe dato seguito alla legge quadro sul diporto n° 171 del 2005, avremmo voluto poter dire "finalmente!".
Ma l'esperienza accumulata ultimamente in fatto di normative -non solo nautiche- ci ha trattenuto dall'esultare di fronte alla apparente prova di efficienza e fino al 21 settembre, quando il decreto 164 è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, non c'è stato modo di sapere quali fossero i suoi contenuti. A fine settembre finalmente il testo completo della legge, e la conferma che purtroppo il nostro atteggiamento prudente era totalmente giustificato. I contenuti riguardano diversi aspetti della nautica, tra i quali alcuni positivi, come la definizione dei parametri per assurgere al comando di unità da diporto da parte di soggetti diversamente abili o l'opportunità di ottenere un identificativo SAR per i soccorsi anche sui natanti. Ma sulle patenti nautiche, che avevano senz'altro necessità di essere riorganizzate normativamente, sono stati applicati criteri a dir poco devastanti, sia per gli operatori -le scuole nautiche- sia per i cittadini intenzionati ad ottenere il necessario pezzo di carta.
Riassumendo i punti salienti:
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I cittadini intenzionati ad affrontare l'esame per ottenere la patente nautica sono tenuti a rivolgersi esclusivamente alle Capitanerie del compartimento Marittimo di competenza secondo la propria residenza. Il ché significa che - in barba alle norme che regolano la libera circolazione degli utenti e dei consumatori nel mercato europeo- i bolognesi non potranno andare altrove se non a Ravenna o Porto Garibaldi. I modenesi e i reggiani a La Spezia, i forlivesi a Rimini, i lombardi a Genova ecc.
- Le scuole nautiche possono preparare i candidati e presentarli solo presso le Capitanerie del Compartimento Marittimo presso il quale hanno la propria sede principale (non contano le unità locali che a questo punto diventano inutili).
- Chi insegna la teoria e la pratica della vela nei corsi di patente nautica deve essere riconosciuto idoneo da Fiv e Lega Navale. Apparentemente una maggior garanzia di qualità, ed era necessario iniziare a regolamentare un mondo in cui è sufficiente esporre un cartello con su scritto "scuola vela" per autoeleggersi istruttori. Ma il mondo della cultura nautica in Italia non è fatto solo da Fiv e LNI, che per altro in questi ultimi 50 anni non hanno dimostrato particolare interesse per la vera diffusione della passione del mare, non a caso sviluppatasi -nel bene e nel male- attraverso le imprese (società di noleggio, autoscuole ecc.) e altri enti di promozione.
Tralasciamo i risvolti che riguardano direttamente Pontos, che da vent'anni lavora con le Capitanerie di Rimini e di La Spezia, con investimenti e impostazioni didattiche affinate in anni di collaborazione, di rapporti ventennali con parecchie scuole di vela in tutt'Italia. Un danno imprenditoriale che ne mette in discussione la stessa esistenza. Una piccola azienda può ben essere sacrificata in nome di migliorie che abbiano ricaduta su tutti quanti. Ma sarà così?
Concentriamoci allora sugli effetti generali che riguardano il settore del diporto nautico nazionale, già in grossa difficoltà per l'imperante crisi economica.
Di fatto queste imposizioni appiattiranno il mercato, imponendo una "regionalizzazione", la sana concorrenza tra imprese verrà impoverita e non permetterà il confronto tra gli operati delle diverse Capitanerie, che come si sa non utilizzano i medesimi criteri nell'interpretare gli estensivi programmi d'esame ministeriali. Per altro ci saranno compartimenti marittimi che saranno maggiormente pressati a causa della maggior incidenza demografica dei territori di competenza. Si pensi ad esempio a Genova che dovrà rispondere a tutto il bacino della Lombardia, escluse Cremona e Brescia.
La qualità didattica e culturale sarà sempre più subalterna agli esiti delle prove: di fatto non cambierà nulla rispetto a prima, però non sarà più possibile abbandonare una sede d'esame nella quale si registrino comportamenti scorretti, esprimendo con questo l'apprezzamento o meno per lìattività svolta. La cronaca di questi ultimi due anni dimostra che non si tratta illazioni in merito. E le nuove modalità non mettono certo al riparo da questo genere di prassi.
Gli appassionati per seguire un percorso didattico non potranno più scegliere mari e porti diversi, ma saranno tenuti a bordeggiare necessariamente sotto casa. Alla faccia della diversificazione delle esperienze. Noi stessi da diversi anni bbiamo offerto ai nostri allievi la possibilità di scegliere di sostenere l'esame a La Spezia o a Rimini. Non perché ce ne fosse uno più facile o uno più difficile, ma solo perchè uno era a quiz e l'altro con colloquio, modalità diverse che potevano risultare preferibili a seconda della persona e delle attitudini personali. Da oggi chi abita a Bologna può fare solo esami a quiz, chi sta a Modena farà solo colloquio. Ma la patente è sempre la stessa.
Il riconoscimento degli istruttori di vela per patenti nautiche da parte di Fiv e LNI creerà condizioni ridicole, dove chi come noi insegna vela da quasi trent'anni -e non ha mai potuto ottenere riconoscimenti semplicemente perché non è mai stata riconosciuta l'attività professionale- dovrà sottoporsi ad un esame tenuto o da un ente che occupandosi esclusivamente di attività agonistica non si è mai confrontato con il mondo del turismo nautico (la Fiv), o -peggio- da un altro ente che svolge attività concorrenziale su piazza, proponendo anch'esso corsi di patente nautica, per altro con agevolazioni burocratiche non riconosciute ad altri enti o imprese. Chissà cosa ne direbbe il garante della concorrenza e del mercato?
Oltre alla LNI saranno agevolate le autoscuole, che avendo già i requisiti tecnici idonei per svolgere l'attività di scuola automobilistica -aula, fidejussioni ecc.- ripartiranno i propri costi di impresa con l'attività nautica, mentre le scuole di vela perderanno il diritto a coinvolgere i propri allievi che volessero proseguire un percorso di apprendimento, soddisfatti dalle competenze tecniche e didattiche della scuola ma provenienti da diverse province italiane, ma non avranno economia alternativa per integrare la perdita di mercato.
Infine, tutto il mondo associativo non di regime -si pensi alle numerose sigle di enti di promozione sportiva- che negli ultimi 30 anni ha costituito la spina dorsale di un modo parallelo di intendere "l'andar per mare", quello che non imponeva la necessità di occuparsi di agonismo o di essere armatori, verrà relegato ad un ruolo di secondo piano, privato di ogni qualsiasi strumento operativo.
Queste, a detta del legiferatore, dovrebbero essere semplificazioni volte ad agevolare il coinvolgimento degli utenti nel mondo della nautica italiana. Ma più che semplificata pare una visione semplicistica, e più che mondo quello della nautica pare che per i governanti sia provincia, o addirittura feudale, dove risulta necessario accontentare i signorotti locali, difendendoli istituzionalmente dalla calata dei barbari concorrenti.
Forse tutto questo è vero. E' difficile costruire un quadro univoco di un settore tanto piccolo quanto ramificato, frutto di anni di mancate politiche gestionali, appannaggio di approfittatori interessati solo ai risvolti economici (si pensi ai porti turistici costruiti senza criteri e competenza, solo per ottenere il permesso di lottizzare le coste, o alle leggi nate per accontentare i produttori di generi di consumo, come motori, zattere, salvagenti). Tutti individualisti i naviganti, incapaci di avere una visione di insieme, quasi come i loro governanti che hanno sempre appoggiato solo la cantieristica, senza rendersi conto che poi le barche vanno vendute anche ai praticanti, non solo a chi ne fa un oggetto di status symbol, che se non trovano il posto barca o non vengono fomati adeguatamente, si scocciano e preferiscono andare a trscorrere ii week end nelle spa. Poi è complicato confrontarsi con il lavoro -soprattutto culturale- svolto in anni e anni da altri governi nei paesi confinanti. E' triste e difficile da accettare per chi come noi lavora da parecchi lustri per condividere una passione che "all'estero si che si sta bene" anche per gli aspetti nautici.
In questo momento la nautica è in seria difficoltà, in Italia e nel resto d'Europa. Ma altrove il diverso approccio permette di affrontare già le componenti economiche della crisi internazionale, mentre da noi il problema è ancora quello di spartire micro poteri e di garantirsi spazi di mercato che in realtà non avranno più alcuna possibilità di crescere, di svilupparsi commercialmente e di arricchirsi culturalmente. E intanto i cantieri chiudono.
il testo della legge i famigerati allegati |