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Capitani Coraggiosi (?)
un lungo trasferimento
di Letizia
C'è una barca a vela - un Alpa 34, poco più di dieci metri in vetroresina progettati dallo storico e celeberrimo studio Sparkman & Stephens di New York - ormeggiata a Trieste che deve arrivare a Palermo nel più breve tempo possibile.
C'è il proprietario della barca in questione, che ha messo un annuncio su Bolina.it per reclutare intrepidi marinai che lo accompagnino nella traversata.
C'è Marco, che naviga da quando era bambino, e che è alla ricerca ormai di qualcosa di diverso della solita traversata dell'Adriatico alla volta della costa Croata o della noiosa navigazione di porto in porto che si conclude con l'immancabile spaghettata all'astice innaffiata di Traminer, così squisitamente chic e così dannatamente monotona e snob...
E c'è Letizia, che navigando per caso su Bolina.it si è imbattuta nei messaggi in bottiglia del primo e del secondo, che per un attimo si è lasciata solleticare dall'idea, che si è fatta inizialmente guidare dal proprio istinto razionale e con un sorriso ha chiuso il portale dedicandosi alla sua ricerca Internet di un testo della biblioteca, che ci ha rimuginato sopra alcune ore senza averne coscienza nell'angolo più remoto della sua testa - o forse del suo cuore - e che successivamente, a notte fonda, nel buio e nel silenzio della sua stanza che così profondamente ormai odora di mare - oltre che di Sicilia, di America, di blu e di ricordi - si è lasciata sopraffare dall'altro istinto, quello della curiosità, dell'impeto, della ricerca, dell'avventura, dell'ignoto, dell'adrenalina, della Pazzia... e che si è messa in contatto con entrambi...
Ci sono tre pazzi che non si conoscono, che non si sono mai visti, che nelle ultime settimane si sono sentiti solo per telefono quasi tutti i giorni, e che si incontreranno giovedì sera a Trieste, sul molo, di fronte all’ormeggio, per imbarcarsi e salpare venerdì mattina, alle primissime luci dell'alba, quando ancora la parte ovest del cielo è scura e punteggiata di stelle, mentre ad est un chiarore rossastro annuncia un rovente sole estivo che sta per sorgere... quando la brezza, che ha spirato umida e calda da terra per tutta la notte, comincia a girare dal mare rinfrescandosi e portando con sé l'odore salmastro delle increspature delle onde...

La divisione dei ruoli, democraticamente redatta via mail per evitare di cavarci gli occhi personalmente sulla banchina della Marina Hannibal, prevedeva un Armatore con funzioni di Comandante, un Ufficiale di Rotta (la sottoscritta), ed un Esperto di Navigazione con forti ambizioni di usurpazione del ruolo di Comandante. Sulla carta funzionava tutto benissimo. A bordo… con nostra grande meraviglia, pure!
All’alba delle 18 e 15 abbiamo mollato gli ormeggi ed abbiamo silenziosamente lasciato la rassicurante banchina friulana immersa nel verde e nei canti delle cicale: il motore quasi non riusciva a far sentire il proprio rumore, pareva che le piccole onde smosse dalla prua riuscissero a coprirne perfettamente il rombo, ovattandolo tra gli spruzzi.
Fuori dal porto, un grecale forza 5 ci svegliò rapidamente dal torpore in cui l’afa pomeridiana ci aveva gettati, e rapidamente tutti e tre ci calammo nei nostri compiti: il nostro comandante era aggrappato (letteralmente aggrappato: la barca era paurosamente inclinata dalle raffiche e costringeva l’equipaggio ad abili equilibrismi) al timone con un sorriso che pareva squarciargli la faccia da parte a parte, Marco saltellava con l’agilità di uno scoiattolo da una parte all’altra della tuga, fiero del suo ruolo di esperto velico, per regolare con precisione maniacale e micrometrica ogni singola scotta, borosa e sagola che fosse suscettibile di manovrabilità, ed io me ne stavo sottocoperta, grissini al sesamo in una mano e matita nell’altra, a redigere il bollettino meteo, compilare il Diario di Bordo e tracciare la rotta sulla carta dell’Alto Adriatico: compito per me assolutamente libidinoso, come ben noto a chi dei miei venticinque lettori mi conosce!
Falchetta a pelo d’acqua, una mano di terzaroli alla randa, e via a 6,8 nodi verso la notte ed il primo way point, 15 miglia al traverso del faro di Umag.
Il buio calò rapidamente attorno a noi, portando con sé tutti gli odori che abitualmente lo accompagnano… odori di terra, principalmente, terra che si trovava ad una decina di miglia alla nostra sinistra, e che pur intravedendosi appena lasciava trasparire il suo aspetto dal corredo di profumi che la brezza costiera recava al suo seguito. Un profumo di rena bagnata, in primo luogo, immediatamente seguito da un penetrante aroma di macchia costiera costituita principalmente da pini carichi di aghi verdastri, spremuti dal sole cocente che ne assorbe ogni aroma, assieme all’acqua in essi imprigionata; e poi, da più lontano, l’odore della terra secca, riarsa, bruciata dall’afa che da settimane imperversa sulle nostre regioni; infine, un fondo di mare, di onde che si infrangono sugli scogli, di spruzzi biancastri, di creste di onde, di salmastro attaccato alle vele, di scotte bagnate impregnate di salsedine, di nuvole alte e striate di rosso, di stelle che sorgono, e di vento che soffia facendo ruotare all’impazzata l’anemometro.
E poi, l’odore del temporale: quello che meno ci deliziava e più ci manteneva all’erta.
I temporali, che alla luce del sole non si distinguevano, riempivano di lampi minacciosi lo spazio tutt’intorno a noi… e nel buio apparivano molto più vicini di quanto non fossero realmente: le saette all’orizzonte che cadevano pressoché verticalmente in un mare nero – più nero del cielo sovrastante solo perché non era punteggiato di stelle – sembravano puntare diritte diritte al pulpito di prua; ed i tuoni, lontanissimi, un’eco di quel che dovevano essere in realtà trovandocisi in mezzo, conferivano alla situazione un aspetto più preoccupante di quanto già non apparisse.
E fu in questo drammatico ed adrenalinico contesto che io, alle 2 di notte, ufficialmente insignita del titolo di Ufficiale di Rotta con le Tette, salutai gli intrepidi navigatori e me ne andai a dormire.
Naturalmente, nemmeno uno degli intravisti temporali ci sfiorò minimamente nel corso dell’intera nottata.

MEDICI SULLA CRESTA DELL’ONDA

Un caldissimo sole stava scaldando rapidamente la cabina prodiera attraverso il boccaporto sigillato, ed il sonno lasciò in fretta il posto allo stato di torpore che contraddistingue i primi minuti di ritorno allo stato vigile. In pigiama, vagamente al corrente del fatto che non mi trovavo assolutamente nel mio letto felsineo, benché i lenzuoli blu fossero proprio quelli in cui dormo di solito nella mia casetta di fianco allo stadio, meccanicamente svitai i fermi del boccaporto che si trovava al centro del soffitto della cabina, lo spalancai con un gesto rapido verso l’alto, e mi sporsi facendo leva sulle braccia, con gli occhi stretti in due fessure per difendermi dal riverbero accecante del sole – ed inconsciamente per ritardare il più possibile l’istante di abbandono totale e definitivo del sonno.
Attorno a me, lo spettacolo più incredibile che avessi mai potuto immaginare. Anzi, sognare.
Mare. Solo mare. Acqua a 360 gradi tutt’intorno. Acqua e basta. Non una nuvola ad interrompere l’uniformità dell’azzurro del cielo, non un’onda a modificare l’aspetto oleoso della superficie del mare.
Non un gabbiano, non un’imbarcazione, nessun lembo di terra, nemmeno all’orizzonte più lontano.
Niente, a parte il mare. Il Grande Blu. Ovunque. In ogni direzione. Solo mare.
Non saprei dire quanto tempo abbia passato a colmarmi gli occhi di quella visione, certo è che ne dovetti trascorrere abbastanza perché le braccia cominciavano ad indolenzirsi costrette in quella scomoda posizione. Così mi spinsi fuori del tutto, mi misi seduta a cavalcioni del boccaporto con le gambe a penzoloni nella cabina, mi stiracchiai dalle sopracciglia fino all’ultimo dito del piede, e mi voltai verso poppa, sorridendo raggiante al resto dell’equipaggio, che implorava disperatamente un caffè ed un po’ di quelle rassicuranti coccole casalinghe di cui già sentiva la mancanza.
La navigazione ci stava portando, con prua a 171°, al centro dell’Adriatico, lungo una rotta tracciata secondo il percorso più breve che fosse possibile seguire: l’esatta mediana adriatica, parallela alle coste italiana e croata, che prevedeva un’unica accostata verso sud ovest solo in prossimità della fine del tacco dello Stivale, più o meno all’altezza di Otranto.
Il mare assolutamente piatto ed il vento debole resero quasi noiose le ore successive; sicuramente noiose per il nostro comandante, che pareva un tutt’uno con la ruota del timone che teneva stancamente stretta con una sola mano, seduto al giardinetto con il braccio libero ciondolante al di fuori del pulpito di poppa; quasi altrettanto sicuramente noiose per Marco, che vagava inquieto per il pozzetto con occhio attento e sguardo critico ad ogni minimo spostamento dei filetti del genova, pronto a filarne anche solo di pochi millimetri la scotta, od a spostare impercettibilmente sottovento il carrello della randa: ma il vento gli dava poca soddisfazione, in questo senso.
Certamente non noiose furono invece per me, che espletati i miei doveri di cambusiera prima e di Ufficiale di Rotta poi (ascolto del bollettino, verifica del punto nave al GPS e successivamente sulla carta, aggiornamento del Diario di Bordo), mi diressi risoluta verso il posto che prediligo in barca: la prua estrema. In costume da bagno, le scarpe blu legate al candeliere alla mia sinistra, seduta con le gambe a penzoloni appoggiate al passascotte, i gomiti appoggiati al pulpito, le braccia incrociate ed il mento accovacciato su di esse, passai l’intera giornata a riempirmi di mare occhi, orecchie e narici.
Le rare piccole onde che si infrangevano contro il dritto di prua creavano spruzzi che arrivavano a malapena alle dita dei miei piedi, ciondolanti pigramente ai due lati dell’imbarcazione; i piccoli refoli di vento ogni tanto interrompevano la monotonia del rumore di fondo, spedendomi qualche ricciolo ribelle negli occhi e costringendomi a muovermi lentamente ed impercettibilmente per ristabilire l’ordine in quel che restava della folta e lunghissima chioma mediterranea che fino a pochi mesi prima mi copriva orgogliosamente le spalle raggiungendo copiosa la metà della schiena - e l’amore cieco e folle per le persone sbagliate od irraggiungibili porta a compiere gesti certe volte assolutamente privi di ogni logica per chi osserva dall’esterno.
Intanto a poppavia i due abili marinai si alternavano al timone, concedendosi brevi intervalli di riposo in un sottocoperta ormai infuocato. Ad un’ora imprecisata del pomeriggio ripresi coscienza del mio ruolo a bordo, e di malavoglia abbandonai la mia postazione, ben decisa comunque a riprenderne possesso alla prima occasione utile, per dedicarmi a qualcosa di più utile nonché fondamentale; l’armatore si staccò finalmente dalla simbiosi con la ruota del timone, e si mise a i fornelli; Marco timonava con enorme sicurezza e capacità in piedi al centro della parte poppiera del pozzetto, in allineamento perfetto con il paterazzo ed in uno stato di apparente totale armonia con il vento e con il mare. Credo che quella sia stata la prima volta in cui ho pensato che Marco fosse un gran marinaio, un vero navigatore, un uomo che il mare ce l’aveva veramente sotto la pelle, una persona a cui nelle vene scorre acqua salata anziché sangue; e gli eventi successivi mi avrebbero portato a pensarlo più e più volte, ed a convincermene in pieno, forte di motivazioni ben maggiori della semplice postura da Corto Maltese che in quel momento lo contraddistingueva.
All’avvicinarsi del tramonto la stanchezza cominciava a serpeggiare silenziosa a bordo dell’imbarcazione, strisciando insidiosa sul fondo del pozzetto, fra le scotte aggrovigliate e le scarpe in tela ormai impregnate di umidità e di salsedine. Svariate ore di navigazione lenta e monotona avevano messo a dura prova i nervi di tutti, e le piattaforme poste al largo di Ravenna e Rimini che intravedevamo all’orizzonte e rimaste pressoché immobili alla nostra dritta ci diedero la consapevolezza concreta – molto più concreta di quella che avevamo realizzato guardando semplicemente un segmento tracciato sulla carta nautica – del fatto che stavamo procedendo in maniera estremamente lenta. Non ricordo chi abbia cominciato a manifestare disaccordo, ma in breve tempo due persone su tre a bordo erano convinte del fatto che la rotta che stavamo seguendo fosse assolutamente sbagliata, perché ci manteneva lontani non solo dalla costa, una presenza comunque rassicurante nel caso ci fosse successo qualcosa, ma anche dalle brezze che avrebbero potuto sostenerci ed accelerarci un poco, specialmente in vista di una notte che, a quei ritmi, sarebbe stata veramente lunga e noiosa. Così il comandante si trovò a dover difendere, suo malgrado, la sua posizione, e nello specifico la sua rotta, che aveva come unico punto di forza il fatto di essere breve. La più breve, osservò Marco, ma in quella situazione di certo non la più veloce; ed approfittando della sua posizione al timone, accostò con decisione verso ovest per sfruttare al meglio i 5 nodi di vento - che peraltro parevano essere in lento ma costante aumento - con un bordo di bolina che presentava quanto meno il pregio di scuoterci tutti dal torpore di quella giornata assolata e monotona, oltre ad avvicinarci a terra di almeno venticinque miglia.
Poi capitò quel che capitò.
L’armatore se ne stava seduto nella parte più alta del pozzetto, sul gradino rivestito di tek che consente l’accesso al sottocoperta; pareva intontito, come sofferente di mal di mare. Un paio di volte gli domandai se volesse una pillola contro la nausea, o se desiderasse che gli preparassi un tè caldo. Ma lui non mi diede risposta. Mi guardava, come inebetito, con i grandi occhi castani fissi non nei miei, ma in un punto al di là di essi, come se guardasse al di là della mia testa, come se cercasse di vedere qualcosa che si trovava dentro il mio cranio, e come se dalla visione di ciò dipendesse tutto il resto della sua vita.
E poi è successo.
Il braccio sinistro lungo il corpo, quello destro sollevato con la mano all’altezza della bocca. Rigido. Troppo rigido. Cominciarono le convulsioni. Sembrava che quella mano destra se la volesse infilare tra i denti, mentre cadeva su un fianco in preda al tremore, gli occhi spalancati rivoltati all’indietro, la schiuma alla bocca, le labbra distorte in una smorfia assolutamente innaturale che quasi nulla aveva di umano. Avvenne tutto in pochi secondi. Qualcuno urlò, forse sono stata io o forse fu Marco, che inserito il pilota automatico si precipitò verso il compagno.
L’attacco epilettico pareva non finire mai – perché di epilessia si trattava, senza ombra di dubbio – le convulsioni sembravano non dover avere mai termine. Edotta sul da farsi, benché priva di alcuna esperienza, tentai di far leva sulle mascelle serrate per infilare la prima cosa che mi capitò sotto mano – la cima di rimando dello spinnaker – fra i denti dello sfortunato marinaio, e poi mi precipitai sotto coperta, attaccandomi spasmodicamente alla radio. Nella furia della discesa della scaletta ripassai fulminea tutto quel che sapevo delle chiamate di emergenza, una parte del programma d’esame che durante le lezioni mi era sembrata così noiosa e superflua… ed invece mi trovai a benedire Stefano ed Andrea, così insistenti, puntigliosi e meticolosi nelle loro spiegazioni, mentre accendevo la radio e la sintonizzavo sul canale 16.
Il Mayday suonava irreale alle mie orecchie, mentre ripetevo la formula di soccorso ed urlavo la nostra posizione; una parte remota della mia mente era seriamente impegnata a domandarsi se veramente stesse succedendo tutto ciò, e se non si trattasse di un incubo destinato a concludersi con una bella sudata ed un bicchiere di latte. CompaMare Ancona rispose rassicurante alla mia chiamata, invitandomi alla calma ed aiutandomi a gestire al meglio la situazione tenendo sotto controllo i nervi.
Eravamo a 55 miglia – 55 miglia! – dalla costa, la cosa si prospettava lunga. Una chiamata, poi un’altra; mi passarono il reparto di Neurologia dell’ospedale, e per l’ennesima volta ripetei al medico di turno come si erano svolti i fatti; poi tornò all’apparecchio la Capitaneria, indicandoci la rotta da tenere. Marco, fuori in pozzetto, era semplicemente fantastico: il mare andava ingrossandosi facendosi grigio di schiuma, la barca cominciava a sbandare paurosamente, ma lui teneva la rotta con il motore al massimo, le vele completamente issate e gonfie di vento, esposte alle prime furiose raffiche, e contemporaneamente riusciva a tenere fermo il nostro compagno…
Tre quarti d’ora dopo, una motovedetta ci diede conferma di averci individuati sul radar, e di puntare diritta verso di noi; nel frattempo era calata la nebbia, il mare si era fatto ancora più grosso, e l’unica cosa che si scorgeva all’orizzonte era la sagoma spettrale del Conero, che emergeva nero dalle nuvole adagiate come colline sopra al mare. Impiegarono venticinque minuti per raggiungerci, venticinque minuti durante i quali Marco non smise mai di dare conforto all’amico, mentre io comunicavo a brevi intervalli con la motovedetta e con la stazione a terra, segnalando la situazione a bordo, descrivendo di volta in volta come appariva la barca (avevamo ridotto la velatura, nel frattempo), e cercando soprattutto conforto in quella voce tranquilla, che aveva abbandonato ogni formalismo e mi chiamava per nome, ripetendomi che stava andando tutto bene, che si sarebbe risolto tutto, e che mi stavo comportando egregiamente…
E finalmente, dopo un tempo che ci parve infinito, eccoli a prua davanti a noi… ripensandoci, anche a svariati giorni di distanza, scoprii di ricordare davvero poco dei minuti che seguirono. C’erano due militari in divisa… un medico… si accostarono a noi… qualcuno lanciò delle cime… i parabordi… poi salirono a recuperare l’infortunato… ci strinsero la mano… sicuramente ci dissero qualcosa… ci esortarono a chiamarli non appena giunti in prossimità dell’imboccatura del porto di Ancona… ed in un lampo sparirono all’orizzonte, fra due ali di onde.
Ed allora, esausta, finalmente convinta del fatto che era successo veramente, ed era successo proprio a noi, conscia del fatto che fosse finita, e che tutto sommato fosse anche finita bene, certa di avere dato il massimo, distrutta ma assolutamente lucida, mi sono inginocchiata nel pozzetto, ed ho cominciato a pregare.

Mi svegliarono i rumori dei motori delle decine di camion che, assiepati sulla banchina a cui ci eravamo ormeggiati a notte fonda (scortati da una motovedetta che ci era venuta a prendere fuori del porto), aspettavano di imbarcarsi su un enorme traghetto dai colori sgargianti alla volta di Patrasso.
Seduta al di fuori del boccaporto, osservavo Marco che parlava concitatamente al telefono, passeggiando su e giù per il molo. Ricevetti come un colpo basso – davvero vile - la notizia che ero stata invitata a restarmene in barca mentre lui solo sarebbe andato in ospedale, ma non diedi segno di essermela presa; c’erano comunque un mucchio di cose da fare anche lì a bordo, ed accettai quietamente la situazione. Quel che avremmo fatto, era già stato ampiamente discusso la sera prima, durante il lungo avvicinamento (più di cinque ore) alla costa: quali che fossero le opzioni che si potevano presentare, noi per ognuna di queste avevamo preso di comune accordo una decisione; restava solo da vedere appunto quale si sarebbe presentata.
Un sentimento confesso un po’ egoistico, ma molto più complesso di quel che può apparire a chi ha una visione solamente dall’esterno della situazione in cui ci trovavamo, mi spingeva a desiderare fortemente di proseguire la navigazione da sola con Marco; non me l’ero sentita di insistere troppo su questo punto con lui, in fondo eravamo due perfetti sconosciuti e lui poteva a pieno titolo desiderare di tornarsene pacificamente a casetta sua gettandosi tutta quest’avventura alle spalle, eppure avevo abilmente insinuato questo mio desiderio nella sua mente…
Alle 12 e 45 salpammo dalla banchina della Capitaneria di Porto, con un maestrale forza 4 ed un cielo grigiastro striato d’azzurro. E che diavolo! In fondo un po’ di vacanza ce la meritavamo, e quello poteva essere – anzi lo era a tutti gli effetti - il nostro premio!
Finalmente al timone dell’imbarcazione, scansai gli scogli che segnavano l’imboccatura del porto alla mia dritta e mi gettai con sguardo avido ed ingordo nelle onde che increspavano il tratto di mare immediatamente prospiciente la rupe dietro cui si adagia Ancona. L’intero Mare Adriatico stava davanti a noi, ed io avevo intenzione di non lasciarmene sfuggire nemmeno una goccia.

QUANDO IL TIMONIERE E’ DONNA – E CANTA

Ebbene sì. Io al timone canto.
Principalmente Moon River – nella versione di Audrey Hepburn in “Colazione da Tiffany”.
Ma è facile sentirmi intonare anche Somewhere over the Rainbow (quella de “Il Mago di Oz”), As time goes by (chi non ricorda “Casablanca”?), ed innumerevoli altri brani tratti da un repertorio quasi completamente Holliwoodiano.

Quando il timoniere è una donna, gli uomini a bordo in genere fanno di tutto per distrarsi: si fanno la barba, aggiustano la regolazione delle vele, prendono nervosamente il sole sdraiati sulla tuga, fingono di fare un pisolino… di rassettare sottocoperta manco a parlarne, ovviamente.
Lungo la tratta Ancona–Porto San Giorgio, interamente condotta da me, che mi ero avvinghiata alla ruota del timone come un ramo d’edera ad un muro – ed il paragone di chi navigava con me, “come una cozza ad uno scoglio”, gli costò una frustata sui polpacci con la scotta della randa – Marco fece le umane e le divine cose per tenere sotto controllo la tensione ed il nervosismo dovuti allo stato di inerzia forzata a cui lo avevo costretto: regolò le vele un milione di volte spiegandomi dettagliatamente come andassero portate in gran lasco, poppa e farfalla, realizzò un paranco che tenesse il boma fissato alla falchetta per impedire la strambata involontaria (che uomo premuroso! O forse aveva poca fiducia nella mia capacità di portare l’imbarcazione a farfalla?), si condì l’insalata di riso imbrattando di olio e capperi tutto il piano del lavello, rovesciò una forchettata di riso sulla scaletta, sparpagliò accuratamente sul tek quello che aveva raccolto con la mano, unse tutto quello che gli capitò a tiro e, a libagioni ultimate, comunicò che doveva venire a poppa a fare pipì. Tuttora mi è oscuro il motivo per cui non potesse scendere a farla sottocoperta nel luogo appositamente destinato a questo uso, comunque non mi andava di attaccare a discutere per le sue enuresi, ed inserito il pilota automatico mi spostai a centro barca, serbando pudicamente – e sicilianamente – lo sguardo verso il basso.
Ora, al di là delle ovvie conformazioni somatiche, esiste una fondamentale differenza tra il modo di far pipì della donna e quello dell’uomo: mentre la prima infatti espleta l’azione in modo rapido e nel totale ed assoluto silenzio (io sono pronta ad affermare sotto giuramento che non emetterei un fiato nemmeno se entrasse nella toilette un intero plotone di marines armati fino ai denti), l’uomo è abituato alla pipì di gruppo (cosa questa confermata dalla tipica disposizione dei sanitari nelle toilettes maschili), e quindi trova naturale fare conversazione come se si trovasse in un salotto. Di conseguenza Marco, a poppa, in azione a braghe calate mi fece una domanda ed io, da persona beneducata che osserva il proprio interlocutore mentre gli parla, mi voltai candidamente per rispondergli.

Quando il timoniere è donna, e sta cantando a squarciagola da 45 minuti lo stesso motivo, gli uomini dell’equipaggio, anziché scendere sottocoperta a lavare la ciotola in cui hanno mangiato il riso e le posate che siete miracolosamente riuscite a convincerli ad usare per portare il cibo alla bocca, giocano a fare i carpentieri di bordo.
Marco si aggirava nervosamente sulla tuga della barca alla ricerca di qualcosa di “maschile” da fare per placare i suoi istinti genetici di basso genere XY: sistemò il Cunningham, rimandò in pozzetto le borose dei terzaroli, aggiustò un winch, prese furiosamente a pugni il display del Log finché quello non si decise a segnare dei valori che manco minimamente si avvicinavano a quelli delle reali condizioni di navigazione, armò l’ancora, sistemò minuziosamente il gavone di poppa e mise in chiaro tutte le cime d’ormeggio. Poi stabilì che così com’era l’avvolgifiocco funzionava male, ed occorreva aggiustarlo: a seguito del suo intervento il marchingegno, che fino a quel momento aveva funzionato egregiamente, finì di fare ciò per cui era stato progettato.
Marco si diresse risoluto a prua, si accovacciò ai piedi dello strallo e cominciò ad armeggiare con fare sospetto; un secco crac coprì malamente una frase in barese stretto assolutamente irripetibile in questa sede, ed il mio compagno di navigazione se ne tornò a poppa reggendo in mano due pezzi secondo lui totalmente superflui. I pezzi suddetti erano talmente superflui che da quel momento l’avvolgifiocco smise di funzionare, costringendo uno di noi, ogni volta che la vela doveva venire arrotolata o spiegata, ad andare a prua armeggiando con la puleggia affinché la cima si incanalasse là dove si doveva incanalare.

Quando il timoniere è donna, e non sta cantando, gli uomini dell’equipaggio tentano arditi voli pindarici per tentare di distoglierle da decisioni che loro – le donne – hanno già assunto non come eventualità, ma come dati di fatto puri e semplici.
Doccia avevo deciso che fosse, e doccia sarebbe stata: non avevo nessunissima intenzione di cedere su questo punto. Al momento di stabilire il porto d’attracco per la notte, il mio sguardo era caduto rapito sull’icona della Marina di Porto San Giorgio, descritto sulle Pagine Azzurre come “un luogo deliziosamente tranquillo al tramonto, in cui le banchine sono illuminate da una soffusa luce al neon ed ogni posto barca è dotato di presa di corrente a 220 volt e rubinetto dell’acqua dolce; i servizi igienici sono numerosi e spaziosissimi.”
La discussione proseguì a senso unico per più di un’ora, ma io ero assolutamente irremovibile: volevo lavarmi con tutti i crismi, e non ero disposta a sentire ragioni; Marco le provò tutte per convincermi, alla fine si impuntò perfino sul fatto che giudicava immorale spendere dei soldi per poter attraccare in un posto in cui si faceva a gara a chi possiede l’albero più alto e lo scafo più lustro (senza sospettare, meschino, che io aspiro a diventare armatrice di un 50 piedi in vetroresina blu dotato di tutti i comfort – condizionatore compreso), ma un mio torvo sguardo lo inchiodò definitivamente. Chiudemmo le ostilità prendendo una decisone democratica: avremmo dormito, da lì al termine della navigazione, a notti alterne in un porto “civile” ed alla bell’e meglio adattandoci alla situazione. Fu così che, successivamente, dormimmo ormeggiati all’inglese ad una banchina puzzolente di catrame ad Ortona, alla fonda in piena burrasca alle Tremiti, e stretti fra un Sun Odyssey di 45 piedi battente bandiera francese ed un vecchio panfilo danese di 18 metri a Vieste.
Marco si prese comunque la sua rivincita dai 27 euro sborsati per pernottare a Porto San Giorgio, uscendo a vela dalla Marina e manovrando in maniera ineccepibile – strambata compresa - fra le banchine tortuose fiocamente illuminate dalla tenue luce dell’alba… peccato che alle 5 e mezza della mattina nessuno dei croceristi da Océanis, come li definisce lui con una punta di sano disprezzo, fosse sveglio per ammirare la sua impresa…

Quando il timoniere è donna, sia che canti sia che non lo faccia, la navigazione non è mai monotona; la barca è in ordine perfetto e procede sempre verso posti meravigliosi; il sole splende radioso e le onde non sono mai troppo irriverenti: anche il mare ha rispetto di una donna al timone; i marinai a bordo sono serviti, viziati e coccolati. Certo, il prezzo da pagare in termini d’orgoglio a volte è un po’ alto… ma la merce è sempre di qualità superiore.

CORDON BLEU

Immaginate un porto. Una banchina illuminata da una luce soffusa. Il sole è ormai tramontato. La barca, ormeggiata, ondeggia impercettibilmente. I gabbiani si sono acquietati, e vi guardano curiosi dalle bitte e dagli scogli. Avete navigato per 14 ore sotto un sole cocente.
E’ l’ora della pappa.

Spaghetti al tonno – ricetta per 2 persone

Spedite il vostro compagno di navigazione sopracoperta ed impadronitevi dell’angolo cottura. Accendete lo stereo, inserite il vostro disco preferito e godetevi la piacevole sensazione di potere che vi dà il fatto che ora lui sia assolutamente e totalmente in mano vostra; quindi prendetevela con estrema calma.
Cercate una pentola e riempitela di acqua; fate finta di non sentirlo mentre dal pozzetto vi urla di utilizzare una parte di acqua di mare ed una di acqua dolce. Mettete la pentola sul fuoco e preparate il condimento.
Sul secondo fornello mettete a scaldare in una padella antiaderente un filo d’olio con due spicchi di aglio; aprite la scatoletta del tonno sgocciolandolo accuratamente e spezzettatelo con la forchetta nella padella. Alzate la fiamma per qualche secondo, nel frattempo tritate un bel pizzico di peperoncini secchi ed aggiungeteli al tonno. La variante rossa prevede a questo punto l’aggiunta del pomodoro con una puntina di zucchero ed altri cinque minuti di cottura a fuoco basso. Altrimenti spegnete il gas.
Se i capperi non vi piacciono, non metteteli: quando il vostro marinaio si accorgerà della loro mancanza sarà ormai giunto alla fine della sua seconda porzione, e voi potrete sempre sgranargli due occhioni innocenti e dirgli con tono suadente: “tesoro, ti sei dimenticato di comperarli”. Naturalmente poi ricordatevi di nasconderli non appena scendete sottocoperta.
Quando l’acqua prende bollore, salatela. Per dosare gli spaghetti applicate la seguente regola: detto ‘n’ il numero dei commensali e prendendo come unità di misura il pacco da 500 grammi per una persona e quello da 1 chilo per due persone, estraete dalla scatola una frazione volumetrica di pasta pari a 1/n+1 della scatola stessa: ovvero, se mangia solo lui cuocete metà del pacco da 500 grammi, se mangiate anche voi fate un terzo di quello da 1 chilo.
Buttate la pasta e calcolate un tempo di cottura di due minuti inferiore a quello indicato sulla scatola.
Prendete dal cassetto tovagliette e posate ed appoggiateli fuori dalla tuga, chiedendo al vostro compagno di apparecchiare nel pozzetto; passategli anche piatti, bicchieri e tovaglioli. Uscite sopracoperta per apparecchiare. Aprite il vino (suggerisco un Corvo rosso) e passateglielo assieme alla bottiglia dell’acqua. Ditegli di andarsi a lavare le mani, perché è quasi pronto. Ripeteteglielo almeno tre volte, quindi rassegnatevi all’evidenza: non lo farà.
Scolate la pasta, rovesciatela nella padella con il condimento e saltatela pochi istanti sulla fiamma alta. A questo punto è tutto pronto.
Abbassate il volume dello stereo, ricomponetevi adeguatamente e passategli il tegame. Mentre salite sulla scaletta chiedetegli se manca qualcosa, così da non dover più scendere. Alla sua risposta negativa, uscite sopracoperta e godetevi il profumo della pasta mischiato a quello del mare. Scendete sottocoperta a prendergli il sale, e finalmente avventatevi famelici su quanto avete tanto amorevolmente cucinato.

Prima di sbronzarvi definitivamente con il vino e fare cose di cui potreste pentirvi, non prima naturalmente di averle raccontate nei minimi dettagli alle amiche, rassettate la cucina.
Impilate piatti e posate, infilatevi sotto coperta e fatevi passare le cose dal vostro subalterno. Passategli senza fare domande la pentola in cui avete cotto la pasta: lui la riempirà di acqua di mare raccomandandovi di lavare tutte le stoviglie lì dentro senza usare sapone (il sale pulisce e disinfetta meglio di qualunque prodotto chimico) e di risciacquarle velocemente sotto un filo di acqua dolce (che a bordo va sempre risparmiata); voi annuite cercando di fingere uno sguardo di profonda ammirazione per la sua strabiliante conoscenza dei fatti di mare, schioccategli un rassicurante bacio sulla guancia sussurrandogli che tutto sarà fatto secondo i suoi desideri (il bacio potrà, a vostra discrezione, tendere vertiginosamente verso l’angolo della bocca: dipende da cosa avete intenzione di fare dopo…), e ritiratevi sottocoperta.
Versate nel lavello l’acqua di mare e fatela scorrere via; aprite il rubinetto dell’acqua dolce e sciacquatelo accuratamente; mettete il tappo ed aprite al massimo il rubinetto; se a bordo avete il boiler, usate l’acqua calda. Versate una generosa dose di sapone e gettate dentro le stoviglie: prima i bicchieri, poi piatti e posate, da ultime le pentole; insaponate tutto accuratamente ed appoggiate le stoviglie da sciacquare nel secondo lavello; insaponate le pentole una seconda volta, se necessario. Levate il tappo e svuotate il lavello. Sciacquate accuratamente tutte le stoviglie, quindi appoggiatele sull’asciugapiatti disteso sul tavolo della dinette. E’ del tutto inutile che chiamiate il vostro compagno chiedendogli un aiuto ad asciugarle e riporle: lui ha approfittato del dopocena per attaccarsi al cellulare e chiamare l’ex-moglie isterica e la fidanzata gelosa (gelosa perché lui se ne sta in barca da solo con una che lei non ha mai visto, e per quanto ne sa potrebbe essere più avvenente e disinibita di una pornostar – e del resto lui non sta facendo nulla per farle credere il contrario), per mandare messaggini osceni all’amante, e per fare i versi degli animali ai due figli di 7 ed 11 anni.
Asciugate tutto, date una passata al piano di cottura, chiudete le prese a mare del lavello, spegnete le luci, inserite un disco adeguato nel lettore CD, ed uscite in pozzetto a godervi lo spettacolo del cielo notturno.

FARFALLE DI MARE

Una delle raccomandazioni che si facevano un tempo ai bambini e che oggi sarebbe del tutto obsoleta visti i tempi che corrono, era di non perdersi dietro ad una farfalla. C’era una fiaba, che leggevo quando avevo non più di sette anni, e di cui ricordo soltanto un’illustrazione: un bosco nella notte, e due bimbi che ci si addentrano seguendo delle lucciole. Forse era Hansel e Gretel.
Di bambini che si sono smarriti correndo dietro agli animali ne è piena la letteratura di ogni paese: e non a tutti è andata male, al contrario degli sventurati fratellini della favola nordica; pensate semplicemente ad Alice, che inseguendo un coniglio bianco è piombata nel fatato Paese delle Meraviglie; o al Piccolo Principe, che è arrivato sulla Terra dal suo pianetino aggrappato ad uno stormo di anatre selvatiche.
Ero da alcune ore al timone quando una farfalla tagliò la mia prora. La terraferma era lontana, pressoché invisibile nella foschia dell’orizzonte: stavamo percorrendo il braccio di mare compreso fra Ortona e le Tremiti; quella farfalla sembrava essere sbucata dal mare, novella Venere di botticelliana memoria. Bianca, con qualche striatura gialla ed un’ombra di rosa sulla parte inferiore delle ali, volteggiava con fare curioso attorno all’imbarcazione: studiò accuratamente il pulpito di prua, volteggiò leggera attorno alla battagliola, passò sotto al boma, girò attorno all’albero risalendolo a spirale, si gettò in picchiata verso le lande delle sartie, si arrestò qualche secondo su un winch; poi di colpo diede un batter d’ali, e riprese la sua esplorazione: passò a volo radente sotto al wang, sparì per un istante dietro al fiocco, ricomparve controsole dalla parte opposta, puntò a poppa, mi schivò all’ultimo momento, fece qualche giro attorno al paterazzo, osservò curiosa la bandiera che svolazzava sopra allo specchio di poppa. Parve allontanarsi, a quel punto. La seguii con lo sguardo, mentre spariva sulla scia biancastra di spuma che la barca lasciava alle mie spalle. Poi d’improvviso ricomparve, volando decisa nella nostra direzione, e ci superò, puntando diritta verso prua: lì si fermò un istante, poi piegò la sua planata verso sinistra. Ed io, istintivamente, la seguii.
La virata improvvisa e malcontrollata fece ridestare di colpo Marco, che da quasi un’ora sonnecchiava placidamente all’ombra della randa; impiegò qualche istante per realizzare quello che era successo, poi mi sorrise indulgente pensando ad un mio errore di manovra, e prese il timone riportando la barca in rotta. A quel punto si accorse della farfalla, che ancora volteggiava davanti a noi, come se volesse invitarci ad andarle dietro; io gli spiegai allora che avevo virato per seguirla… Marco mi guardò sorpreso, ma non troppo, data l’apparente assurdità della situazione. Poi sorrise.
E mi spiegò che in mare aperto gli insetti seguono sempre le imbarcazioni, perché sono l’unico lembo di terraferma che hanno a disposizione; la farfalla probabilmente l’avevamo imbarcata già dalla mattina, oppure proveniva da un’altra imbarcazione che avevamo incrociato poco prima. Un insetto in mare è sperduto, non ha punti di riferimento, non sa come fare a tornare a terra… ed istintivamente segue ciò che più gli ricorda la terraferma… una barca: un’isola, dal suo punto di vista. La nostra farfalla di mare, probabilmente, ci avrebbe accompagnati fino alle Tremiti… e sarebbe stata lei a seguire noi, e non il contrario!
Lasciai il timone a Marco ed andai a sedermi accanto all’albero. Davvero una persona, a trent’anni, può ancora perdersi dietro una farfalla…
Fissavo il mare a prua, davanti a me, cercando di scorgere il profilo dell’isola di San Domino… lo cercai alcuni minuti, fino a quando mi parve di vederlo… ed ancora pensavo alla farfalla…
Quando mi ridestai dai miei pensieri, la farfalla non c’era più.

TREMITI E FREMITI

Marco aveva filato due lenze a poppa, approfittando della navigazione tranquilla al traverso che stavamo conducendo. Io lo avevo osservato senza fare domande mentre sistemava le esche artificiali e gli ami. Confesso che avevo poca fiducia nelle sue capacità venatorie; ma non dissi nulla per farglielo notare, e continuai a prendere placidamente il sole. Il pilota automatico faceva tutto il lavoro, ed il vento calmo e costante non richiedeva praticamente nessun controllo sulle vele.
Marco si agitò quando vide a prua, leggermente alla nostra sinistra, un’anomala increspatura della superficie pressoché piatta del mare; quell’apparente ribollimento aveva incuriosito anche me… ma da lì a preparare la padella per il pesce, dal mio punto di vista, ne correva di strada. Pochi secondi dopo, invece, una delle due lenze si tesò, rivelando il suo carico che saltellava ad una ventina di metri dietro di noi; Marco la recuperò, ed issò a bordo uno sgombro di una trentina di centimetri. Superato lo stupore iniziale, osservai schifata che il grazioso animaletto blu ed argento striato di nero si divincolava con tutte le sue forze, e ben lungi dal prenderlo mentre Marco me lo passava, saltai a piede dell’albero con fare isterico. La pesca continuò fruttuosa, e dopo pochi minuti altri tre sgombri si agitavano sulle panchette in tek, a fianco del primo ormai immobile. Di avvicinarmi, manco a parlarne. Osservavo a distanza di sicurezza Marco che armeggiava con il bugliolo, riempiendolo d’acqua; poi fece una cosa agghiacciante, per quanto necessaria: afferrò un coltello e squartò i pesci per il lungo; uno si muoveva ancora, mentre gli incideva il ventre lucido con la lama. Quando mi chiese di cambiargli l’acqua nel secchio, con le mani grondanti di… bleah!, diedi fondo alla mia isteria repressa e gli urlai che era un mostro, che non mi sarei avvicinata al pozzetto fino a quando non lo avesse completamente ripulito da ogni traccia dello scempio che aveva compiuto, e che non avrei assaggiato nemmeno un boccone di quegli sgombri se prima non li avesse ridotti ad uno stato che non ricordasse assolutamente la loro forma iniziale. Marco borbottò qualcosa a proposito delle ragazze di città cresciute davanti alla televisione con il pollo a forma di crocchette ed i pesci-bastoncino, e si rassegnò a fare da solo il resto del lavoro.
Riempì una pentola di acqua di mare (lui è fissato per queste cose), ci calò dentro i pesci e mise tutto sul gas. Dopo pochi minuti, si sprigionò dal sottocoperta un profumo di salmastro selvaggio così invitante… ma benché incuriosita, ancora non gli avevo perdonato lo spettacolo orripilante di poco prima. Quindi non dissi nulla.
Marco portò il tegame sopracoperta, si sedette sulla tuga accanto a me e cominciò a spinare gli sgombri. L’operazione portò via almeno mezz’ora, il tempo necessario a farmi sbollire definitivamente ira, isterismi e paranoie varie: cominciammo a spezzettare il pesce con le mani (per un attimo ebbi la fugace immagine di mio padre, severissimo ed intransigente sostenitore delle buone maniere a tavola) ed a separare la carne dalle lische. Scoprii la ventresca, una parte di carne scura saporitissima che in genere scarto, quando ne trovo un pezzetto nel tonno o nel salmone in città (tutto regolarmente in scatola, tengo a precisare, e servito in un piatto…); tutta rapita nel mio ruolo di allieva marinaia mi dimenticai di rimproverare Marco perché con le mani sporche di pesce stava sporcando cime, panchetta e GPS, e mi divertii a piluccare allegramente i pezzettini di sgombretto che mi restavano attaccati alle dita. La mia iniziazione prevedeva, secondo i suoi progetti, che mangiassi anche la testa dello sgombro (“mia figlia va pazza per le guancette”, disse allegramente ingoiandone un pezzo), ma a me stavano venendo i brividi, e declinai l’invito: mi sarei guadagnata la terza stelletta d’oro da marinaia in un altro modo. Condimmo i filetti di pesce con olio, limone, aglio, pepe e prezzemolo (con annessa dimostrazione di lavaggio delle foglioline in due dita d’acqua all’interno di un bicchiere – io avrei sicuramente messo il mazzetto sotto il getto dell’acqua corrente) e ce li gustammo con enorme piacere e soddisfazione.

Nel tardo pomeriggio il vento salì di intensità, ed anche il mare si ingrossò. Il cielo era sempre di un colore azzurro intensissimo, completamente privo di nubi, ma i preavvisi della burrasca imminente c’erano tutti.
Due mani di terzaroli alla randa, vela prodiera ridotta, trenta gradi di sbandamento ed onde di quasi un metro al traverso, ad una velocità di 7 nodi e con il profilo di San Domino e di Capraia stagliati netti nel pulpito di prua conducevo la barca in bolina strettissima, mentre il vento rinforzava e le raffiche arrivavano sempre più intense e ravvicinate.
Sapevo che Marco aveva piena coscienza di quello che sarebbe potuto succedere da lì alla mattina successiva: nei giorni trascorsi insieme mi ero resa conto di quanto conoscesse il mare, e mai avevo visto, né potevo immaginare, persone che sapessero navigare come lui… in totale sicurezza, scioltezza, e pur sempre pronto, attento, con il pieno dominio della barca ed il totale controllo degli eventi.
Stavo cercando con tutte le mie forze di guadagnarmi le mie tre stellette d’oro di marinaio, e devo dire che unendo i miei sforzi alla sua pazienza ero a buon punto per riuscire nell’impresa.
A tre o quattro miglia dall’isola di San Domino gli cedetti il timone: l’avvicinamento andava condotto con perizia, e bisognava sfruttare al massimo i pochi minuti di totale bonaccia che avremmo avuto a disposizione, una volta a ridosso della Punta di Ponente, per avvolgere il genova ed ammainare la randa. Marco allungò il muro di bolina sfavorevole fino quasi a portarsi in vista di Capraia, quindi virò con decisione ed arrivammo a sfiorare le scogliere meridionali dell’isola nella fascia di maggior estensione del ridosso di vento. Ancora rapita dall’apparente semplicità con cui aveva calcolato, a colpo d’occhio, l’esatto punto in cui cambiare mura per giungere esattamente nel punto prescelto, venni spedita a prua a raccogliere la cima dell’avvolgifiocco per poi recuperare, a tempo di record, la randa imbrigliandola negli stroppetti.
Facemmo appena in tempo; la barca, condotta dal pilota automatico, doppiò il capo trovandosi nuovamente in pieno maroso. Perfino l’avvicinamento a motore fu difficoltoso.
Entrammo in rada di fronte all’approdo degli aliscafi, a ridosso del Crepaccio; e lì si presentò il problema dell’ormeggio per la notte.
Un ragazzetto riccioluto biondo che sembrava uscito da un film dei fratelli Taviani e che stava attraversando la rada con un gommone ci informò in un dialetto per me incomprensibile – per fortuna Marco era autoctono - che tutti i gavitelli erano di proprietà di suo zio, e che per modica cifra avremmo potuto trascorrere la notte alla fonda in tutta sicurezza; andò a terra a recuperare suo cugino, con cui avremmo dovuto condurre le trattative, e ricomparve dopo pochi minuti con un personaggio che questa volta pareva sbucare da un set cinematografico a metà strada fra il Californian-Movie tanto in voga alla fine degli anni Settanta ed il porno di ultimissima categoria. Questa specie di Easy Rider del Basso Adriatico ci chiese una cifra esorbitante non trattabile per una catena al cui estremo visibile era fissata una bottiglia dell’ammoniaca, ed al cui estremo sommerso, ci garantì, stava un masso di tre tonnellate. Ci fidammo, e pagammo. Il gommone si allontanò lasciandosi dietro una nuvola di spruzzi, in direzione di un’altra imbarcazione che si stava avvicinando per la notte.
Il vento calò improvvisamente, ed il mare si acquietò: pareva che della prevista e temuta burrasca non ci fosse più traccia, e che la notte sarebbe stata tranquilla. In realtà, mi spiegò Marco, stava semplicemente girando: ci sarebbe stato un lasso di tempo di relativa calma, in cui vento e correnti si sarebbero disposti secondo i nuovi quadranti, e poi si sarebbe scatenato l’inferno. Ne approfittammo per fare un bagno, con annessa gara di tuffi, tentativi di annegamento reciproci, squaleggiamenti ed appolipamenti vari (per la spiegazione di questi termini, vi rimando alla vostra fantasia – augurandomi peraltro che non sia troppo fervida).
Risaliti a bordo scoprimmo nostro malgrado che un caldissimo vento di libeccio stava già increspando il mare: i gabbiani, che fino a poco prima formavano in cielo una vera e propria ragnatela, tra l’altro assordante per i loro versi che rimbombavano e si facevano eco fra le pareti scoscese delle scogliere, si erano ritirati nei loro nidi, oppure fissavano le imbarcazioni in rada appollaiati in fila sui cavi elettrici – inquietanti emuli della pellicola Hitchcockiana. Mi godetti il tramonto più giallo della mia vita: a causa del riflesso della creta giallastra che compone la maggior parte delle rocce dell’arcipelago, infatti, tutto lo spazio circostante aveva assunto il medesimo colore, rendendo il paesaggio ancor più lunare di quanto non mi fosse apparso in un primo momento; ed era impressionante come anche l’odore di quell’aria fosse giallo…
Mangiammo il pesce avanzato dal pranzo, che essendo rimasto tra l’altro a macerare svariate ore nel suo condimento era diventato ancor più gustoso di quanto non fosse già, ed osservammo le onde all’orizzonte: presto sarebbero arrivate anche da noi. Cinque minuti dopo, infatti, treni d’onda di quasi un metro d’altezza ci raggiunsero, e non erano che i primi. Tempo mezz’ora, ed il vento era quasi raddoppiato d’intensità, mentre la barca era investita in pieno da muri d’acqua che sfioravano la falchetta. Terrorizzata all’idea di dover scendere sottocoperta in quelle condizioni (non sapevo se mi faceva più paura il rimbombo delle onde contro il fianco della barca, o l’idea di potermi sentire male e di non poter fare assolutamente nulla), dissi a Marco, con la voce più ferma che mi riusciva di avere in quella situazione, che io avrei dormito in pozzetto; Marco non disse nulla, si limitò semplicemente a guardare verso poppa l’onda che ci stava raggiungendo: invece di sollevarci e riabbassarci come avevano fatto tutte le altre fino a quel momento, si infranse contro lo specchio di poppa inondando il pozzetto e ricoprendoci di spruzzi. Decisamente dormire all’aperto non era cosa fattibile. Rassegnata, e lo confesso decisamente spaventata, mi avviai silenziosa in cabina.
La barca oscillava tremendamente, il rumore delle onde che si infrangevano lungo le fiancate risuonava come un tuono che trapassava il sottocoperta da parte a parte, ed il boccaporto spalancato su un cielo tutto sommato rassicurante, perché sereno e colmo di stelle, poco aiutava la mia condizione di atterrimento assoluto. Tutti i rumori parevano amplificati all’inverosimile: le drizze sbatacchiavano all’impazzata contro l’albero, le sartie fischiavano come se fossero state delle vaporiere, le cime d’ormeggio sfregavano sul passascotte proprio sopra alla mia testa e le gallocce cigolavano paurosamente. Mi chiesi con gli occhi spalancati se Marco avesse fatto un ormeggio sicuro, poi mi ricordai della sua spiegazione: aveva collegato in circuito le due cime, una volta fissate alle gallocce, e per sicurezza aveva creato un terzo punto di tenuta sul verricello del salpa-ancora. Poi il sonno ebbe la meglio, e benché punteggiato di immagini un po’ inquietanti e di attimi di dormiveglia in cui ero certa che Marco fosse uscito a controllare la tenuta dell’ormeggio – anche se non avevo il coraggio di aprire gli occhi per controllare - la notte passò.
Fu la calma a svegliarmi. L’improvvisa calma ed il totale silenzio. Niente onde che sbattevano furiose contro lo scafo, niente vento che sibilava tra il sartiame ed ululava dalle scogliere. Aprii gli occhi: eppure noi c’eravamo ancora, e con noi il resto del mondo: le stelle mi guardavano, dal boccaporto spalancato sopra alla mia testa. Mi sporsi: la luce dell’alba si intravedeva appena dietro a San Nicola. Il mare era piatto come una tavola, il vento pressoché assente. Era passata. Era passata ed era finita. Il terrore cieco che non avevo avuto il coraggio di esternare a Marco – la paura cioè di rimanere bloccati per tutta la giornata successiva in quella condizione angosciante di totale impotenza – lasciò spazio ad un rilassante sollievo, e riaccocolatami fra i lenzuoli blu, mi addormentai di botto, questa volta in un sonno tranquillo e privo di sogni.

Mi risvegliai a metà mattina. Marco aveva già fatto il bagno, e stava armeggiando con il GPS.
Nella rada pareva non essere rimasta traccia della tensione della sera precedente: gli aliscafi arrivavano numerosi dalla terraferma, e gli accalappiaturisti si davano da fare con i loro gommoni e motoscafi per trasportarne il più possibile da una caletta all’altra.
Dopo un paio di tuffi ed il rito del caffè, mettemmo in ordine la barca e predisponemmo la rotta per Vieste.
Sarebbe stata una giornata di navigazione tranquilla, più vacanziera di quelle che ci eravamo concessi fino a quel momento: il grosso del tragitto era stato compiuto, il tempo puntava al bello stabile, e ci trovavamo in una delle zone più belle del Mediterraneo; inoltre Marco fremeva per dimostrarmi che in quei mari ci sapeva navigare esattamente come se si fosse trovato nella sua vasca da bagno: in fondo era cresciuto da quelle parti.
Issammo la randa e mollammo l’ormeggio; srotolammo il genova a quattro mani, Marco da poppa ed io accucciata a prua sotto l’angolo di scotta che mi frustava testa e collo (la cima se ne approfittò per incattivirsi attorno allo strallo e ci vollero venti minuti per disfare tutti i grovigli che si erano formati), e mentre me ne tornavo in pozzetto gli domandai con un sorriso malizioso se fare sesso perverso con il verricello del salpa-ancora avesse valenza al fine della conquista dell’ultima mezza stelletta che mi mancava (metà me l’ero guadagnata con la notte di burrasca). Marco rise, ma rispose che i miei godimenti personali erano esclusi dalla conta del punteggio, e solo mangiare la testa dello sgombro avrebbe potuto portarmi all’agognato traguardo.
L’armatore, ormai ripresosi completamente, aveva telefonato un paio di volte, nei giorni precedenti: sarebbe stato dimesso l’indomani, e ci avrebbe aspettati a Bari per riprendere possesso dell’imbarcazione e proseguire il viaggio verso Palermo. Fu l’unica e l’ultima volta che lo nominammo, poi riprendemmo sereni la nostra navigazione.
Raggiungemmo la costa di Rodi Garganico con un unico bordo al traverso, e da lì ci mantenemmo paralleli alla costa ad una distanza di poche miglia, per scorgere tutti i dettagli. Marco mi indicò grotte e calette, mi descrisse la Foresta Umbra, mi raccontò della casetta che ha a Peschici: io della Puglia conoscevo solo il Salento, e quelle coste mi sembravano più attraenti di quelle attorno a Leuca, che non mi erano affatto piaciute.
A Manacore ci fermammo a fare il bagno, di fronte ad un litorale di sabbia bianchissima. Marco insistette sulla necessità di eseguire una manovra di ancoraggio perfetta, dal momento che la spiaggia era gremita di persone che ci stavano osservando e lui non aveva intenzione di fare brutta figura: non lo facevo così vanitoso, il mio marinaio! Poi ripensai all’uscita a vela da Porto San Giorgio, e conclusi che il suo orgoglio era limitato alle faccende di acqua salata.
Marco si tuffò, decantando la limpidezza del mare che ci circondava; io mi levai gli occhiali e lo seguii. Stavamo nuotando da qualche minuto quando alla mia immediata destra mi superò una bottiglia di plastica, trascinata dalla corrente; i soliti turisti incivili, pensai. Poi passò un’altra bottiglia, e scorsi poco più avanti un sacchetto di plastica. Alla faccia del mare limpido ed incontaminato! Feci le mie rimostranze a Marco per la pattumiera in cui mi aveva portata, ed intuii dal suo attimo di silenzio che era imbarazzato. A questo punto urge una spiegazione: solo chi mi conosce di persona, infatti, è al corrente della mia condizione di talpismo totale che insorge nel momento in cui mi levo gli occhiali: e senza quei graziosissimi pezzettini di vetro che porto diritti sul nasino, non riuscirei a distinguere nemmeno la mia mamma se si trovasse nella stessa stanza con me. Di conseguenza non avevo assolutamente capito che quel che io ritenevo essere immondizia erano in realtà… meduse!!! Grandi, viscide, gelatinose, colorate ed urticanti, a decine ci circondavano nelle tiepide acque in cui ci eravamo tuffati. Marco, eletto mio occhio virtuale e parlante a causa del mio handicap, si lasciò sfuggire, incauto, che dovevo muovermi in linea retta perché le graziose amichette si trovavano sia alla mia destra che alla mia sinistra, e questa rivelazione causò in me la peggiore delle crisi isteriche che io ricordi di avere mai avuto: strillai con tutto il fiato che avevo in corpo, e la sensazione di contatto della pianta del piede con una di esse, poi, mi portò a nuotare con tutte le forze che avevo verso di lui, che distinguevo come una sagoma scura ad una quindicina di metri da me. Marco si rese conto che se lo avessi raggiunto lo avrei probabilmente annegato, o per istinto omicida risvegliato dalla sete di vendetta che provavo in quel momento, o per semplice comportamento convulso che si scatena in mare negli attimi di panico, e prese a nuotare a grandi bracciate per sfuggirmi. Io lo inseguivo tra urli e singhiozzi, ed anche una volta risalita a bordo impiegai qualche minuto a riprendere il controllo.
Poi la crisi passò, Marco riuscì perfino a riderci sopra facendo un po’ di ironia – che in altre occasioni avrei giudicato insopportabile, ma in quel momento mi sembrava quasi di dovergliela, tanto mi sentivo colpevole.
In silenzio, nella luce abbacinante e malinconica del tardo pomeriggio, forse un po’ malinconici noi stessi per la consapevolezza che il nostro viaggio stesse volgendo al termine, salpammo l’ancora e percorremmo le poche miglia che ci separavano dall’ingresso del porto.
Entrammo a Vieste al tramonto, sazi di acqua, di sale, di vento, di sole, di parole, di risa, di sguardi, e perché no, anche di amicizia.

Era la mia ultima notte in barca.
Ormeggiata nel porto di Vieste, la barca oscillava dolcemente toccando ora l’una ora l’altra barca al nostro fianco.
Supina, le braccia incrociate dietro la testa, contavo le stelle nello spazio di cielo che vedevo dal boccaporto spalancato. Non c’era un filo di vento, anche le sartie erano silenziose quella notte: forse erano pure loro immerse nella conta dei puntini luminosi…

Riesco a sentire ancora l'odore del mare... anche se non so per quanto tempo riuscirò a conservarlo nelle narici... è incredibile quanto mi manchi lo sciabordìo delle onde in questo momento, e quanto sia dannatamente fermo il mio letto di notte...

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